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L’artigianato campoletano ha raggiunto la sua massima fioritura nella prima metà del XX secolo, dopo secoli di ritardo ed inadeguatezza alle locali esigenze. Nel campo delle costruzioni per esempio, mentre i manufatti napoletani raggiungevano livelli prossimi ad una vera e propria arte muratoria e mentre in altri comuni molisani sorgevano maestranze di costruttori e scalpellini, a Campolieto i vari fabbricatori erano ben al disotto dei “mastri muratori”. Tant’é che per la restaurazione e ristrutturazione degli edifici ecclesiastici convenivano a Campolieto squadre di muratori forestieri, mentre agli artigiani del luogo competeva solo la loro ordinaria manutenzione. Queste gravi carenze, tuttavia venivano parzialmente colmate da matrimoni di donne campoletane con artigiani che fissarono la loro residenza nel nostro comune. Infatti a fine seicento Giovanni Tabasso da Scanno sposò Abbondanza Casilli e con la sua discendenza assicurò al paese qualche buon muratore. Lo stesso dicasi della famiglia Richetta proveniente da Pietracatella all’inizio del settecento. Entrambe queste casate, però, essendo prolifiche, si guardarono bene dal trasmettere ai non familiari i segreti dell’arte muratoria sicché quando si trattò di costruire edifici di una qualche rilevanza fu necessario ricorrere a muratori forestieri. Prova ne sia la committenza del Palazzo Sceppa nel 1913 ai muratori di Monacilioni. Poco dopo, però, un vero “genius loci!, Domenico Varanese, alias Sansone costruì insieme ai figli la sua decorosa dimora in Via Salita Monastero ornandola di un pregevole ingresso con leoni scolpiti. Per la lavorazione del ferro Campolieto fu tributaria tranne poche eccezioni, ad artigiani forestieri. Gli Sceppa, provenienti da Monacilioni, fecero con Giovanni la loro fortuna a Campolieto. Ma nel contempo il fabbro Socci insegnò l’arte a Costantino Casilli , il quale perfezionatosi in qualità di sergente maggiore pilota nel primo conflitto mondiale, aprì una vera e propia scuola di artigiani del ferro, specializzandosi nella produzione di accette e falci, richieste le prime fino in Campania e le seconde in Puglia. Altri mestieri, quali quello del bottaio e del ramaio si manifestarono a sprazzi. Mentre i falegnami furono alquanto numerosi forse anche per l’abbondanza del legno nel paese. Saverio e Michele Zarrelli all’inizio del Novecento , ma più ancora Angelo Varanese con i figli discepoli, portarono la falegnameria a livelli elevati di competenza e capacità, producendo mobili, degni di una vera e propria ebanisteria. La sartoria attributo nei secoli scorsi a Campolieto di famiglie “civili”, si ampliò all’inizio del secolo scorso e migliorò con il perfezionamento di corsi di taglio, come quello frequentato da Michele Casilli presso la sartoria Rainone a Napoli nella Galleria Umberto I. Tra gli altri sarti sono da annoverare Giuseppe Paradiso, Francesco Lombardi che operò a Firenze e Fernando Sceppa, sarto di fiducia di illustri uomini politici e di vari artisti. Il vecchio mestiere di “solachianielli” e “scarparo” fu quello che oltrepassò di molto la domanda degli utenti. A metà Novecento a Campolieto operarono una quindicina di botteghe di calzolai con relativi “discepoli”. Ma non tutti questi artigiani si equivalsero. Tra di essi spiccarono la frequentatissima bottega di Alfredo Varanese e quella di Paolo De Vita e l’altra di Vito Sceppa nella quale si perfezionò Saverio Tamborriello. Un eccellente tomaista fu Fiorigi Pesce, il quale avrebbe servito un paio di stivali al principe Unberto II, ma che certamente perfezionò “l’arte presso il calzaturificio Caccioppoli al Carmine di Napoli. L’avvento dell’industria ha fiaccato, ma non del tutto nullificato l’artigianato campoletano, che annovera tutt’oggi lavoratori di tutto rispetto, fra i quali e da mentovare Peppino Ialenti attuale valente calzolaio.